La prima cosa che Yichi e Gabriele vedono che va fatta è trovare il senso dell’esistenza.
Ogni cultura infatti si fonda su un principio cardinale attorno a cui ruotano tutti i valori: per alcune è un antenato, per altre una divinità, per altre ancora un interesse.
Vedono che per la loro cultura, che va fondata a partire da una base comune a entrambi, non può bastare – a differenza delle altre culture – un dogma (espressione del predominio del punto di vista dell’uno su quello dell’altro), ma dev’essere quanto di più universale esista: l’Essere, quella cosa senza la quale nulla esisterebbe.
Trovano ciò che cercano nella coscienza.
«Tu sei Yichi, ma se la tua coscienza adesso si trovasse in una gatta tu saresti quella gatta; quindi tu in realtà non sei Yichi, ma sei la tua coscienza». «E se io adesso mi trovassi in una gatta mi comporterei come quella gatta, e se mi trovassi in Gabriele mi comporterei come Gabriele: la coscienza è come una luce pura, priva di personalità; quindi non c’è differenza tra la mia e la tua coscienza: in realtà siamo la stessa cosa». «E se la coscienza è pura, priva di personalità, è anche al di là del tempo: come si trova adesso al contempo in te e in me, così si trova al contempo in qualsiasi momento della nostra vita. Ogni istante illuminato dalla coscienza è perciò eterno». «E si trova anche nelle altre persone? Perché è strano che una cosa così evidente per noi due non sia mai venuta in mente ad altri. Come mai non si sono accorti che l’Essere è la coscienza?». «Già, sembrerebbe che per ora l’abbiamo solo noi. Forse perché la coscienza splende sulle cose buone come la luce sulle cose candide, lo sguardo sui fiori e l’attenzione del lettore sulle storie avventurose». «Quindi la nostra sola preoccupazione dev’essere mantenere il legame tra la coscienza e questo mondo, comportandoci bene; anzi, riempire il più possibile il mondo di coscienza: questo è il senso dell’esistenza».
Su questa idea decidono di fondare la cultura umana: la coscienza è l’Essere, l’esistenza è il frutto dell’unione tra l’Essere e un frammento di Divenire (Yichi, Gabriele, una gatta…) e il senso dell’esistenza è riempire il Divenire di Essere.
Il fondamento di tutto non è quindi questo antenato, quella divinità o quell’altro interesse, ma la coscienza stessa, della quale infatti nessuno che l’abbia può dubitare: il nostro mondo potrebbe essere un’illusione (le nostre sensazioni, i nostri pensieri, le nostre emozioni), ma non può essere un’illusione il fatto fondamentale che abbiamo la coscienza – o meglio: che siamo la coscienza –.
Gabriele scava nella profondità di Gabriele, Yichi scava nella profondità di Yichi, e quello che trovano è la stessa cosa: alla loro radice non c’è un’anima individuale, ma la coscienza universale.
Sono soddisfatti: la loro verità fondamentale non è un dogma da imporre agli altri, ma l’unica verità sempre evidente a tutti quelli come loro.
E vedono subito che questa idea non è soltanto la più vera di tutte, in qualsiasi mondo possibile, ma anche la migliore: è l’unica in grado di animare un popolo rendendolo davvero umano, libero e felice.
Chi sarà invidioso o meschino, sapendo che la felicità del suo simile è lui stesso a provarla?
Chi soffrirà per il trascorrere del tempo, sapendo che ogni istante è eterno?
Chi temerà la morte, sapendo di non essere che soltanto uno dei propri infiniti corpi?
Vedono che questa idea è la più solida radice di ogni virtù: la bontà, la generosità, la verità, la giustizia, la bellezza…
Il senso dell’esistenza è espandere la coscienza nel mondo, cioè riempire il Divenire di Essere, e per farlo servono un carattere buono, azioni generose, idee vere, istituzioni giuste, opere belle…
Ciò che distingue allora il loro popolo dagli altri è innanzitutto la coscienza: presente in loro, che infatti la riconoscono e la coltivano, assente negli altri, che infatti ne ignorano l’esistenza e che la surrogano con credenze mistiche e dogmatiche.
Loro sono il popolo dell’Essere, chiamato a ordinare il mondo, gli altri sono soltanto pezzi di Divenire. La loro cultura rende buoni, le culture degli altri rendono cattivi. La loro esistenza ha senso, l’esistenza degli altri ha soltanto il senso che le attribuiscono loro.
Loro sono umani, gli altri sono barbari.
Torna alla Krɔ̀naka