
Salve signor Carretta, sono Yichi.
Quando si pensa ai cultori di una lingua, di solito si fa riferimento a due categorie diverse di persone, che però costituiscono un continuum.
Ci sono i cultori normativi e quelli descrittivi: i primi di solito sono semplici appassionati, mentre i secondi sono accademici.
I cultori normativi sono quelli che difendono a spada tratta le regole sintattiche, ortografiche, morfologiche e fonetiche.
Son quelli che si scagliano ad esempio contro “qualsiasi siano”, “scenza” senza “i”, “ho potuto andare” ed “europèo” con la “e” aperta.
I cultori descrittivi sono invece quelli che osservano l’evolversi della lingua da un punto di vista distaccato.
Per loro le regole son semplici convenzioni temporanee, e intromettersi nell’evoluzione della lingua è violarne la natura.
Insomma: abbiamo da una parte dei cultori della lingua per quello che è e dall’altra degli studiosi che non credono che la lingua possa essere migliorata.
Le lingue sono uno strumento fondamentale per comprendere il mondo e per parlare al cuore delle persone.
Eppure quasi nessuno sembra interessato a perfezionare questi strumenti, cioè a regolarli non per quello che sono ora, ma per quello che sarebbe bene che fossero.
Ad esempio naturalizzando le parole straniere, rendendole così eufoniche e facili da ricordare.
Oppure proponendo regole grammaticali nuove, quando queste regole sono utili per parlare in modo più semplice, articolato ed elegante.
Oppure ancora discutendo sul significato delle parole: non per quello che è ora, ma per quello più preciso, chiaro e bello; modificando o aggiungendo parole, se ha senso farlo.
Secondo lei, è giusto regolare le lingue per migliorarle? Ad esempio scrivendo dei dizionari non descrittivi dell’uso ma normativi e innovativi insieme?
Pongo a lei questa domanda perché è un linguista di talento e di genio e un appassionato di tutto ciò che riguarda le lingue.
Grazie e buona giornata.
Davide Carretta è linguista di genio e poliglotta di talento: ama e studia tutto ciò che riguarda la e le lingue.
Puoi seguirlo sul suo canale YouTube di divulgazione “Davide Carretta – Polymatia”.
Salve, Yichi.
Innanzitutto la ringrazio per questa domanda. Con le prossime parole, proverò a dare una risposta in base alla mia personale opinione.
Quanto alla questione dei diversi tipi di cultori, trovo quasi giusta, simmetrica ed equilibrata l’esistenza di entrambi gli opposti: da un lato quelli che normalmente vengono chiamati prescrittivisti, e che quindi cercano di normalizzare la lingua in modo che questa rimanga immutata e pura, e dall’altro i descrittivisti, che tentano di osservare la lingua mentre questa si evolve in base al modo in cui i suoi parlanti la utilizzano.
Tipicamente mi sono trovato ad assumere posizioni più prossime ai secondi, vale a dire all’approccio descrittivo, dato che sono dell’opinione che sia l’utilizzo della lingua a costituirne l’evoluzione.
Quando in antropologia si studia il cambiamento di una cultura, si parte spesso dalla seguente nozione: la cultura è un insieme di simboli che subiscono un processo di reificazione. Questo significa che, nonostante essi (in quanto simboli) siano dotati di precarietà ed arbitrarietà, è necessario che ci si dimentichi di tale precarietà in modo che essi si pongano alla base della concezione del mondo di un popolo.
Di conseguenza, avviene una selezione dei simboli che costituiscono i valori culturali di un popolo. Quando la cultura si “forma”, essa si manifesta attraverso le variazioni individuali. Sono queste a dar vita alla cultura. Vi è una base invariata che però può solo sopravvivere attraverso la variazione!
Ebbene, dove voglio arrivare?
Per descrivere questo concetto talvolta si ricorre alla concezione del linguaggio di De Saussure, celeberrimo linguista funzionalista svizzero. Secondo quest’ultimo, si può fare una distinzione tra il concetto di Langue e il concetto di Parole.
La langue è la base della lingua, è l’insieme delle sue regole, delle sue strutture, e pre-esiste – per così dire – al linguaggio nell’uso individuale.
La parole è invece il modo in cui la lingua è utilizzata in modo particolare dal parlante, è la variazione individuale.
Una cosa importante ma non scontata che è possibile notare è questa: una lingua non può esistere senza l’uso individuale.
Se una lingua non viene usata, essa muore. Scompare. Non c’è traccia della sua esistenza, dunque è difatti morta.
È il fatto che noi usiamo il linguaggio a determinarne l’esistenza, e ne facciamo un uso personale a partire da una base “prestabilita”. È l’uso a fare della lingua ciò che noi concepiamo nella vita di tutti i giorni. Le parole sono definite dal loro uso. Questa, in breve, è la ragione per cui tendo a schierarmi con i descrittivisti nonostante riconosca l’importanza del prescrittivismo.
Per me son quasi due poli dello stesso magnete, uno yin e uno yang.
Quanto alla curiosa idea di introdurre una nuova tipologia di dizionario: come dicevo già rispondendo a un altro quesito*, il fatto che io ami decostruire e giocare con il linguaggio fa sì che sia sempre aperto a nuovi esperimenti di questo tipo.
Secondo l’approccio descrittivista intervenire nell’evoluzione di una lingua potrebbe denaturarne la spontaneità; tuttavia mettere mano al cambiamento di una lingua cercando di renderla più efficace per la comunicazione, a mio avviso, non può che rivelarsi interessante!
Beninteso, introdurre parole straniere modificate in modo da adattarsi del tutto alla fonetica italiana potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Da un lato renderebbe molto più semplice la fruizione di determinati termini, e questo si è già fatto con toponimi come Pechino, Londra, Berlino, Barcellona, e tanti altri. Dall’altro, potrebbe destare in alcuni il sospetto che si sia intrapreso un avvio verso un rigido purismo nella lingua italiana, che porterebbe quindi ogni singola parola straniera a mutare per piegarsi alla lingua del Bel Paese.
Un ipotetico, benché probabilmente utopico, “Nuovo Dizionario della Lingua Italiana” potrebbe contenere numerosi elementi che descrivano il passato, il presente e un eventuale futuro delle parole.
Di un lemma si potrebbero fornire, per esempio, l’etimologia e l’uso originale, l’utilizzo nel presente e possibili chiavi di lettura e interpretazione differenti applicabili alla medesima parola. Questo sarebbe molto interessante.
D’altronde, rivalutare le parole può servire ad utilizzarle in modo diverso, per esprimere le cose in maniera differente, nuova, originale.
Non credo che si possa parlare di giusto o ingiusto, nel valutare un’idea del genere. È però innegabile che possa essere molto interessante per la sperimentazione linguistica.
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